Domanda per Landini: perché parlare di contratti pirata se gli accordi firmati dai sindacati minori sono migliori di quelli sottoscritti dalla CGIL?


Da anni si parla di contratti pirata. E si sostiene la necessità di difendere salari, diritti e tutele dei lavoratori che sarebbero messi a repentaglio da simili accordi.


Su questo punto, non esiste alcuna divergenza tra il Sindacato Lavoratori Europeo (SLE) e un’organizzazione della Triplice. Eppure il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte sostenuto che molti contratti sono “pirata” perché firmati da sindacati poco rappresentativi.


Affrontare la questione in questi termini, tuttavia, rischia di essere riduttivo o addirittura fuorviante. Perché la rappresentatività può misurare il peso dell’organizzazione che sottoscrive il contratto, ma non anche la qualità dello stesso accordo.

Se un contratto firmato da un sindacato “minore” assicura ai lavoratori gli stessi minimi retributivi, le stesse tutele e gli stessi diritti previsti da un contratto firmato da una grande confederazione, perché dovrebbe essere bollato come “pirata” soltanto perché firmato da un’organizzazione con un minore numero di iscritti? La qualità di un accordo si valuta sulla base delle clausole che lo compongono, non delle tessere che il sindacato firmatario può vantare.

Diverso è il discorso sulla rappresentatività di un sindacato, che coinvolge direttamente temi come il ruolo delle organizzazioni e le norme da fissare per definire in modo trasparente chi può rappresentare i lavoratori. Già, perché i due piani non vanno confusi: un conto è stabilire quali sindacati siano più rappresentativi, un altro è individuare e contrastare i contratti pirata. Ma di sicuro non si può applicare questa etichetta a un accordo senza dimostrare quante e quali clausole penalizzino effettivamente i lavoratori.


Ecco perché SLE non teme il confronto sui contenuti. Anzi, lo chiede. E lo fa rivolgendo a Landini una domanda: se le tutele per i lavoratori previste da un contratto sottoscritto da un sindacato minore sono pari a quelle previste da un accordo firmato da una sigla della Triplice, dov’è il problema?


E, soprattutto, perché parlare di contratto pirata? Se un accordo firmato da SLE contiene norme peggiorative rispetto a quelle dei contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil, lo stesso SLE è pronto ad assumercene la responsabilità. Ma se i trattamenti economici e normativi assicurati ai lavoratori sono equivalenti, o in alcuni casi persino migliori, parlare di contratto pirata non ha alcun senso.

O, forse, ha senso soltanto per chi si serve di tale etichetta per delegittimare le organizzazioni sindacali minori. Se questa seconda ipotesi dovesse corrispondere alla verità, allora ci si troverebbe davanti a una lesione del principio del pluralismo sindacale che è uno dei cardini della democrazia italiana. E anche davanti a uno sfregio al buon senso, che impone di valutare un’organizzazione non in base al numero delle tessere ma alla qualità della rappresentanza che offre ai lavoratori e ai risultati che ottiene nelle trattative.


Landini, dunque, farebbe bene a rispondere all’interrogativo posto dallo SLE. Perché il tema dei contratti pirata non può essere liquidato puntando il dito contro sigle che, pur avendo un ridotto numero di iscritti, sono quotidianamente al fianco dei lavoratori in migliaia di trattative, proteste e vertenze. E perché sono questi stessi lavoratori a meritare una risposta, indipendentemente dal sindacato al quale scelgono liberamente di aderire.


Raffaele Tovino

Segretario Generale SLE